La morte di Eρως

“Il cristianesimo dette da bere ad Eros del veleno; costui in verità non ne morì, ma degenerò in vizio”
 

Questo passaggio che a prima vista sembra solo un gioco di parole, è invece una posizione intellettuale molto importante, è la posizione di Friedrich Nietzsche.

 
Questa definizione, la ritengo "provocatoriamente" interessante per comprendere il fenomeno erotico, e il suo essere non più naturale e intellettuale, ma ghettizzato spesso nel “peccato”, nella perversione, nella “vergogna”
 
L’avvento del cristianesimo, in effetti determina un grosso terremoto nel considerare L’Eros,non più dono della natura, percorso mitico, miracolo universale, estetica.
 
Penso che molte nostre posizioni, sull’eros, sull’amore, e come è stato rilevato in occasione della discussione sulla fedeltà, siano condizionate proprio da questa virata etico/religioso, condizionando la cultura e la morale di quasi duemila anni..
 
Siamo davanti alle vacanze, o ci siamo già, e farci trascinare alla riflessione su questo argomento può essere gradevole, proprio per interpretare meglio i fenomeni che ci circondano in una cornice più consona al valore stesso dell’Eros..
 
Se vi và…parliamone….
 
(approfitto di questa occasione, per salutare le amiche e gli amici, e per augurare loro una buona e rilassata vacanza, e perché no, “intellettualmente” trasgressiva)
 

unione terra ed acqua400

Peter Paul Rubens (1577-1860) – Unione della Terra con l’Acqua

 

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La “buona morte”: l’eutanasia

L’eutanasia letteralmente vuole dire “buona morte” (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte), è un termine nato per designare una morte eroica, consapevole.
Oggi, questo termine provoca un dibattito sempre molto acceso e molto radicale, coinvolge coscienze e media e la discussione fa dividere in due grossi movimenti  intellettuali: laici e cattolici, in un inviluppo che stenta a trovare una via d’uscita, mentre i casi critici sono sempre più frequenti, perchè il bisogno della morte a causa "della scienza della vita" è diventato sempre più esigenza di Non-sofferenza.
In questi ultimi tempi, il tema ritorna spesso di attualità, perché collegato allo sviluppo tecnologico nel campo medico/terapeutico, o meglio all’estremizzazione della terapia d’ intervento sul paziente: il cosi detto “accanimento terapeutico”.
 
Mi ha colpito molto, a proposito, la lettura di un articolo sul Sole24ore del Cardinale Martini, che ribadiva il concetto, anche rispetto a molti religiosi integralisti, della necessità di distinguere tra "eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico".
E a proposito riferiva di un passo del Catechismo della Chiesa Cattolica, dove si dice “evitando l’accanimento terapeutico non si vuole…procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”.
 
Ecco secondo me la chiave di lettura di questo confronto sempre acceso.
È doveroso che si debba trovare un formula che non legalizzi di fatto l’eutanasia, ma che la depenalizzi.
È necessario che anche davanti alla morte l’individuo sostenga la sua autonomia, e la sua scelta di vivere o meno.
Se non è reato tentare di togliersi la vita, è necessario trovare una soluzione nell’ aiutare a togliere la vita, di chi ne ha bisogno, quando esistano chiaramente delle condizioni estreme di sofferenza.
Chi non ce la fa più, penso che abbia il diritto di uscire di scena.
Se la vita diventa insopportabile, perchè eccessivamente dolorosa, persino il credente ha diritto di credere che la misericordia di Dio, preveda anche questo.
Come si concede il dovere ad esseri umani (medici) di evitare la morte (manipolazione di un evento naturale), si dovrebbe avere il diritto di non impedire la morte.
 
È materia complessa, che necessita un’ attenta analisi e una rapida soluzione, una delle quali sicuramente efficace potrebbe essere il testamento biologico.
Certamente, non possiamo che dire…la vita appartiene a noi, e dobbiamo essere sempre in grado di scegliere se viverla o no…
Se la vita è un dono, deve essere vissuta come tale, e come dono infatti…quando sopraggiunge una sofferenza troppo forte, la vita perde del suo significato.
Che ne pensate…?
Parliamone….

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(immagine presa dal web)

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EPICURO: filosofo attuale?

Essere felici è possibile, questo è il baricentro del pensiero di Epicuro.
 
[Epicuro nasce a Samo il 341 a.C., nel 306 a.C. dopo alcune residenze in vari luoghi greci, fonda una scuola ad Atene, in una proprietà chiamata giardino, e qui accetta, a differenza alle altre scuole filosofiche, donne e schiavi.
Muore nel 271 a.c. tra atroci sofferenze, che cerca di vincere grazie ai suoi principi e con l’aiuto del vino]
 
In una epoca di edonismo sfrenato, la filosofia epicurea, potrebbe essere attuale?
Attenzione però, non dobbiamo cadere nell’equivoco che edonismo e piacere possono portarci relativamente al suo pensiero.
Andiamo a vedere quali sono i concetti chiave del suo messaggio: il piacere è a porta di mano.
 
Ricercare la felicità
Per Epicuro la filosofia è un medicamento, una terapia che serva per arrivare alla felicità, per essere felici bisogna prima di tutto liberarsi dalle opinioni irragionevoli, quelle che turbano l’animo, come per esempio l’idea sugli dei: è sbagliato pensare che gli dei ci osservano e ci giudicano, essi in effetti non si preoccupano di noi e del nostro agire, siamo solo noi a decidere quello che succede sulla terra.
 
Non temere la morte.
La cosa che temiamo di più è la morte, ma questo terrore è soltanto illusione: noi siamo fatti di atomi e con la morte gli atomi, che sono eterni, non scompaiono, solo il nostro organismo si disintegra, e poiché il legame con il mondo esterno avviene solo tramite esso, attraverso le sensazione che il corpo trasmette, quando non esiste più il corpo scompaiono anche le sensazioni:”quando ci siamo noi la morte non c’è e quando c’è la morte, non ci siamo noi.
 
Sopportare il dolore.
Non è masochismo il pensiero di Epicuro, perché il dolore non è mai buono e quindi non va ricercato.
È solo necessario tollerarlo.
È necessario convincersi che i dolori che durano sono sopportabili e più intensi non durano, o perché finiscono o e perchè ci portano in fretta alla morte.
 
Limitare i desideri.
Cercando il piacere, ed evitando il dolore, potremmo essere felici e raggiungere l’”atarassia” (assenza di turbamenti).
È necessario individuare i desideri necessari e non ricercare quelli illimitati, senza necessità vitale, come la ricchezza o il potere, e la dipendenza dal lusso e dalle raffinatezze.
Basta insomma possedere poche le poche cose che sono necessarie al nostro corpo per stare bene.
 
 
Coltivare l’amicizia.
Non esiste nulla di più profondamente umano e dolce dell’amicizia. Il piacere delle discussioni, delle risate e dei momenti condivisi con le persone che ci sono care.
 
 
Questi sono i cardini del pensiero di Epicuro, come secondo voi, e quali secondo voi di questi potrebbero essere presi come spunto di applicazione per un saper vivere, oggi, e/o secondo le vostre particolari visioni ed esperienze?
 
Parliamone…

epicuro pompei

Napoli – Museo Archeologico Nazionale
Scena di consultazione magica, mosaico proveniente da Pompei (Villa di Cicerone).Nazionale
Scheletro con brocche (mosaico)
Soggetto che si ispira alla filosofia epicurea 
Napoli – (Museo Archeologico Nazionale)
Teschio con i simboli della vita e della morte
 

 
 
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si può amare ed essere infedeli?

Possiamo fare a meno di tradirci e di tradire?
 
Il tradimento ripugna alla nostra coscienza di “puri”, ma è una esperienza ineluttabile, afferma Aldo Carotenuto, in un suo saggio sul tema di qualche anno fa.
 
Ogni individuo è consegnato all’imperativo, iscritto nella stessa dinamica evolutiva della psiche, di emanciparsi da tutto ciò che lo mantiene fedele a una immagine di sé che non gli corrisponde, e che risponde invece alle richieste dell’ambiente sociale o al desiderio dei suoi interlocutori.
 
Ma fedeltà a chi?
Al nostro partner, a noi stessi?
Nella maggior parte dei casi si è fedeli solo a precetti morali, o perché condizionati da forme educative tradizionali..
In particolare le morali religiose hanno contribuito a creare una attesa della “fedeltà” in termini molto severi.
 
Elogio alla infedeltà, allora?..ma no..
 
Ma è vero pure che inneggiare alla “fedeltà” così concepita significa avallare un sistema che considera come bene, il fatto che un essere umano viva in contraddizione con i propri desideri.
 
E che spesso essere “fedeli” verso l’altro, vuol dire essere “infedeli” verso se stessi.
 
L’amore è un patto magico, teorema in certi versi irrisolto, i cui connotati, sono stati oggetto di migliaia di migliaia di saggi e romanzi, senza alla fine trovarne “la chiusa”, ma resta il fatto che spesso nella definizione di fedeltà entra il concetto di “possesso”, e la nostra società ha a tal punto legalizzato questo concetto del possesso del partner, che si finisce per dimenticare che ogni essere umano appartiene a se stesso prima che a chiunque altro.
E questo appartenere a se stessi è poi la vera garanzia di una completa e integrale complicità/condivisione con l’altro, della possibilità che poi possa esistere sul serio l’“amore”.
 
Fedeltà…o infedeltà…che siano…
Grazia o peccato che siano….
Ma dove comincia veramente l’infedeltà?
 
Può essere considerato fedele chi resta tutta la vita accanto alla moglie (al marito) pensando alla vicina (al vicino) di casa, o  alla collega (collega) ecc..?

[per essere precisi come sottolineato nel mio intervento, è meglio dire]
 (
Può essere considerato fedele chi resta tutta la vita accanto alla moglie/compagna/fidanzata (al marito/compagno/fidanzato) pensando alla vicina (al vicino) di casa, o alla collega (collega) ecc..? )

o per meglio dire, e generalizzando sulla natura del legame di coppia

L’infedeltà inizia quando si passa all’azione, o nel momento in cui si desidera?
 
Parliamone…

NdR

[questa nuovo tema non determina la chiusura  della discusione precedente, che continua simultaneamente, grazie a voi gentili ospiti…]

allegoria amore infedeltà 600

“L’allegoria dell’amore: l’infedeltà”
(1570) (National Gallery London)
dipinto del Veronese (Paolo Caliari) 1528-1588

 

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Ciao, come va?Tutto bene, grazie!

Una formula che quasi ogni giorno, si sente ripetere più di una volta, una formula d’obbligo e banalizzata dalla consuetudine.
 
Ma è una formalità o un contenuto?
 
Ma al di là di una risposta fuggevole, o scontata….cosa vuole dire stare bene veramente.
 
Per molti “star bene” vuole dire avere una vita normale, ma cosa vuole dire normale?
 
Ma soprattutto al di là delle pure condizioni di alcune situazioni professionali, di seri problemi di salute, o di eventi quotidiani di particolare rilevo…(il cui affrontarne l’evento, è sempre condizionato da una corteccia di difesa psicologica, richiede sempre una risposta sui generis)…cosa fa pensare di “stare bene”?
 
Non affrontiamo in questo momento il particolare problema del concetto di felicità, che è un livello molto più articolato e sovversivo del nostro status…
 
Ma restiamo sul “nostro star bene" quel provare un senso di benessere con se stessi e con gli altri
 
Secondo me lo “star bene” è quel qualcosa che ha che fare con la nostra percezione delle cose, nei termini temporali degli eventi e del nostro rapporto spazio tempo, o meglio:
  • essere in pace con il passato (non avere rimpianti/rimorsi)
  • apprezzare il presente (non essere lacerati da conflitti)
  • non temere il futuro (la speranza è la più bella scoperta degli esseri umani)

Questo fondamentale patrimonio sensitivo temporale deve essere accompagnato, seguito o preceduto che sia, dalla capacità di condividere emozioni e scambiarsi pensieri, ovvero servirsi della parola per comunicare, per proteggerci, per interrogarci per provocarci in quel incanto che è la conoscenza e il chiarimento, avere quella capacità interattiva con gli altri, tale da saperne percepire i sentimenti, senza necessariamente condividerli, ovvero avere empatia, e accedere così al piacere degli scambi e della fiducia, sapersi aprire, per aprirsi, insomma…saper vivere il rapporto, attraverso la sensorietà del corpo e della mente..parlarsi con responsabilità e responsabizzandoci…tramite la solidarietà, tramite il parlare per ascoltare…
 
Stare tra la gente, con la gente e viverne la parola, i pensieri, le opinioni, i dubbi.
 
Quindi lo star bene è un effetto localizzato, intimo, personale, che richiede però una capacità interattiva benevola con gli altri, nei due flussi direzionali.

star bene

(immagine presa dal web)

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il dolore perfetto..

[questa nuovo tema non determina la chiusura  della discusione precedente, che continua simultaneamente, grazie a voi gentili ospiti…]

Il furore del dolore..

Ma come misurare il dolore, se non con la scala del proprio dolore!
È corretto?
 
La misura del dolore dovrebbe essere oggettiva  ma come è possibile valutarne la consistenza senza conoscere soggettivamente i valori del   dolore?
E’ assoluto o relativo?
Si cade così nell’egocentrismo ed egoismo del dolore: il dolore vero…è il nostro.
 
Perché lo sentiamo, perché ne sentiamo gli effetti direttamente, altrimenti saremmo tutti più tolleranti e consapevoli del senso del dolore altrui.
 
E allora quale è il dolore perfetto?
 
È questo che sento, e che percepisco nelle carni o nella mente, o nel cuore?
O codesto…?
O quello…?
 
Saper vivere è quindi la capacità di conoscere il dolore e saperne gestirne gli effetti, è la consapevolezza di sapere individuare la soglia oggettiva, e rispondere con comportamenti adeguati, volti alla salvaguardia della propria missione di vita.
 

dolore

                                                                      (immagine presa dal web)

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prologo e prima discussione…

 

Benvenuti nella mia “Domus”, dimora della condivisone e della complicità, della disputa e dell’eristica, dove scriverò i miei pensieri, presenterò le mie argomentazioni, le mie provocazioni “intellettuali”.

 

LA prima DISCUSSIONE
[è gradita la vostra opinione in proposito, ma anche la vostra opinione sulle opinioni che man mano vengono espresse come commenti, ovvero dialogate con me, dialogate tra di voi, qui è casa di conversazione]
 
Essere o esistere
 
Quale peso ha l’uno e l’altro, nella nostra visione filosofica dell’ente quale vivente, quale filo sottile divide il campo dell’uno dall’altro?
 
Essere….io sono
Esistere….io esisto..
 
Esisto in quanto movimento corporeo nello spazio e nel tempo, incipit (nacqui) transit (vivo) chiusa (morirò), esisto come ente di carne, mangio, dormo, respiro, mi accoppio genitalmente, se nasco, quindi muoio, agisco per alimentare la mia vita corporea, in termini di benessere, di piacere, nutro il mio bisogno di entità vivente, animata, animale, sapiente o ignorante, sano o malato, muto o parlante, bello o brutto, io esisto, nel mio limite finito.
 
Sono in quanto penso, in quanto creo pensieri, penso domande, penso risposte, nel mio essere “immateriale” “mente” “anima”, mi nutro di conoscenza, e di dubbi.
Io sono nel mio infinito spazio.
Nutro la mia curiosità di sapere, e penso strumenti di saggezza, sento il respiro dell’anima, mi accoppio sessualmente, con la magia del piacere della fusione sacra.
 
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